Paparo Giovanni

PRISMA

Editoriale
PRISMA n. 91/2008


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Nelle fiere, e non solo, l’impresa privata potrebbe fare di più? e quella pubblica dovrebbe fare di meno e meglio?

Strumento di primaria importanza per favorire gli scambi internazionali, la fiera professionale è anche l’elemento trainante di una filiera di attività che da essa traggono beneficio e che sono tutte chiamate a concorrere al suo successo. Dai trasporti all’ospitalità, alla circolazione delle informazioni (riviste specializzate, internet, tv, convegni, seminari, …) agli allestimenti e via elencando.

Nel 2º Forum della Filiera Fieristica, di cui diamo un ampio resoconto in questo fascicolo (pp. 44-48), sono stati affrontati i problemi di maggiore attualità. Qui vorrei richiamare alcuni aspetti che mi paiono degni di ulteriori approfondimenti.

Se è vero che le fiere professionali possono alimentare ricadute sul territorio estremamente interessanti, è anche vero che non sempre oneri e onori sono distribuiti in maniera soddisfacente. Non sempre infatti il proprietario della sede espositiva, o l’organizzatore della manifestazione, riescono a remunerare convenientemente il loro impegno, mentre è possibile che albergatori, ristoratori, taxisti, allestitori, … ottengano migliori soddisfazioni.

E allora, succede quasi ovunque, in Italia e all’estero, in particolare in Germania, il campione mondiale delle fiere, che enti e amministrazioni pubbliche locali intervengano in maniera massiccia nel business fieristico, accollandosi gli oneri per la realizzazione e l’ammodernamento dei quartieri fieristici, la loro gestione e sovente anche per l’organizzazione delle manifestazioni.

Naturalmente quando si tratta di soldi pubblici può succedere di tutto: accanto a investimenti con solide basi economiche e ricadute certe, possono darsi iniziative poco attente all’interesse generale, ma molto produttive per gli amministratori che le pongono in essere e le loro corti. (Sulla proliferazione del capitalismo pubblico locale in Italia vedi articolo a p. 7).

L’imprenditore fieristico privato ha particolari motivi di dolersi quando impatta certe iniziative che configurano veri e proprisaccheggi delle risorse comuni: oltre al danno che riceve come ogni contribuente, subisce anche una concorrenza sleale da parte di operatori privilegiati.

Se l’attività che ha avviata non ha successo, l’imprenditore privato rischia di compromettere, oltre alla sua, le sorti di tutti coloro che partecipano all’impresa: dai dipendenti agli eventuali azionisti, ai creditori. D’altra parte vede con quali larghezze di mezzi nascono tante iniziative nel pubblico, con dotazioni di tante volte superiori ai modesti budget con i quali lui fa iniziative di impatto non trascurabile. Dotazioni puramente da spendere, senza obbligo di ritorni; se l’iniziativa è un flop non succede niente, gli attori coinvolti percepiscono ugualmente le loro remunerazioni, e avanti col prossimo giro.

Il caso dell’Alitalia mi pare emblematico. Lo cito anche se esterno al mondo delle fiere, ma certi fenomeni degenerativi non hanno confini. Da lungo tempo la compagnia continua a perdere cifre imponenti ed è stata sempre ricapitalizzata gravando sulle tasche del contribuente; la pletora di sindacati e sindacatini ha potuto persistere negli anni in comportamenti opportunistici che, oltre a contribuire allo sfascio della compagnia, hanno arrecato danni e disagi sproporzionati alla collettività; i manager che si sono succeduti al suo capezzale hanno potuto godere di compensi favolosi, indipendentemente dai risultati. Questo di regola non può succedere nelle medie e piccole imprese che vivono con le loro forze sui mercati.

Inoltre le iniziative che fanno capo all’operatore pubblico – ritorno qui al mondo delle fiere, ma il discorso ha valenza generale – hanno facilmente accesso alle varie agevolazioni europee, nazionali, regionali, … e possono valersi di ulteriori cospicue azioni collaterali di sostegno da parte degli enti promotori, laddove l’operatore privato difficilmente riesce ad attingere ad agevolazioni di qualsiasi genere e non ha titolo per chiedere interventi pubblici di supporto.

Ciò detto, mi pare di poter sostenere che siamo ben lungi dall’impiego ottimale delle risorse pubbliche, e chiedo: l’impresa privata è o non è anch’essa una risorse pubblica? E non è il caso di dare maggiore spazio e sostegno all’impresa privata in modo che possa operare e competere alla pari con quella pubblica, in una logica di ottimizzazione dell’impiego delle risorse?

Giovanni Paparo

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